giovedì 22 settembre 2016

O: Otto agosto (Battaglia)

Quando nobili e popolani sconfissero gli austriaci. La vittoria del 1848 divenne una data da celebrare.
La Battaglia dell'8 agosto  1848 si protrasse per solo tre ore, fra le cinque e le otto del pomeriggio. Sulle barricate (un'invenzione dei movimenti europei del 1848) si trovarono fianco a fianco nobili e popolani, professionisti e facchini, uomini, donne e ragazzi: finita la battaglia, i bolognesi contarono 59 morti e decine di feriti. Gli austriaci, più numerosi e con alcuni cannoni, ebbero più di 400 morti. Le campane che avevano chiamato a raccolta il popolo, suonarono alla fine della battaglia in segno di vittoria.
Dopo l'Unità di Italia la data dell'8 Agosto divenne per i bolognesi una ricorrenza irrinunciabile. Ogni anno le organizzazioni laiche (la Società operaia, le Società di mutuo soccorso, le cooperative, le Associazioni di ex combattenti) organizzarono manifestazioni per ricordare l'eroica giornata che vide il popolo in armi impedire agli austriaci l'ingresso in Bologna. La celebrazione dell'8 agosto divenne una festa di orgoglio cittadino, il ricordo ancor vivo di una pagina di storia che aiutava a rimuovere altri periodi storici meno brillanti. Inoltre, l'8 agosto si ritrovavano, gli uni accanto agli altri, nobili e popolani, intellettuali e parenti dei protagonisti di quella giornata.
Quanto a partecipazione popolare, solo la Madonna di San Luca faceva "concorrenza" all'8 agosto.  Fra gli animatori di queste iniziative vi fu il marchese Gioacchino Napoleone Pepoli, che aveva partecipato alla battaglia dell'agosto 1848: amico di Minghetti, deputato dal 1860, fondò una società di mutuo soccorso denominata "Fraternità" per riunire i superstiti della battaglia dell'8 agosto. Con i versamenti dei soci, la Società potè garantire sussidi a coloro che erano malati o poveri. Va detto che negli stessi anni presero vita altre simili Società rivolte ai superstiti delle guerre risorgimentali. Nonostante una certa rivalità politica, queste associazioni raggiunsero lo scopo di far crescere il sentimento di appartenenza all'Italia e l'orgoglio di aver combattuto per cacciare lo straniero dal suolo patrio: in queste ricorrenze, gli aderenti alle varie società sfilavano in uniforme e con la fanfara.
Il '48 fu un fenomeno europeo di grande portata, figlio delle nuove idee libertarie nate nel 1789. A Bologna, la grande fiammata del '48 fu seguita da una crudele restaurazione: nel maggio 1849 gli austriaci assediarono Bologna per 9 giorni, bombardandola dai colli: il 16 maggio gli austriaci rioccuparono la città. L'8 agosto 1849 commemorarono la data fucilando il sacerdote barnabita Ugo Bassi assieme al capitano Giovanni Livraghi. Oggi, il ricordo della battaglia dell'8 agosto è rappresentato dal "Popolano", il monumento in bronzo di Pasquale Rizzoli posto all'ingresso della Montagnola e inaugurato nel 1903 fra le polemiche. Nella facciata del Palazzo Comunale vi è una lapide con incisi i nomi dei caduti. Gli austriaci (e il Cardinal Legato) se ne andarono definitivamente il 12 giugno 1859. La denominazione della piazza fu decisa dal Comune il 3 dicembre 1874.

martedì 20 settembre 2016

N: Neve (nevicate e vicolo della Neve)


Fiocchi anche a giugno. Così gelò la città nel 1359. Per rimuovere i cumuli si usava l'acqua dei canali.
Una nevicata in giugno o due metri di neve a gennaio erano considerati dagli antichi cronisti - come ora - notizie  da tramandare ai posteri. Spigolando nelle cronache  apprendiamo che il 12 giugno 1359 nevicò fino a quattro braccia di altezza (cioè due metri e mezzo)! Nel 1965 vi fu neve fino a maggio: fra Natale e capodanno cadde una tale quantità che crollarono molti tetti di edifici, fra i quali il tetto del salone del Palazzo del Podestà e subì gravi danni quello del Palazzo comunale. Nevicò molto anche a Carnevale e alla fine di marzo: per eliminare i cumuli di neve si utilizzò l'acqua dei canali con inondazioni controllate per non danneggiare  le cantine dove si svolgevano attività artigianali, per lo più tessili. A maggio, fra lo sconforto dei cittadini, riprese a nevicare.
Anche il 1740 fu un anno freddo: fra gennaio e maggio nevicò 33 volte; ma il freddo continuò a imperversare al punto che un frate dell'Osservanza scrisse che si è portato il mantello fino al 29 luglio. Le conseguenze di ogni tipo di maltempo erano carestia, miseria e morte; perciò si pregava e si tenevano processioni. Da non dimenticare che lo sgombero della neve era affidato ai cittadini che, però, la accumulavano lungo le strade rendendole impercorribili per carri, carretti e carrozze.
La prima volta che i bolognesi pagarono per la rimozione della neve fu nel 1803 dopo l'eccezionale nevicata del 18 febbraio: il governo dei francesi imposte agli inquilini una tassa pari all'1,10€ dell'affitto.
Famosa fu la nevicata dell'inverno 1829-1830, forse la più importante mai avvenuta a Bologna: nevicò per 324 ore nel corso di 96 giorni fra il 17 novembre 1829 ed il 21 febbraio 1830. La temperatura precipitò fino a 17 gradi sotto zero e per quasi 60 giorni la temperatura  media si attestò sotto lo zero. Nei primi 15 giorni di nevicate caddero 4,5 metri di neve.
Un secolo dopo, fra il 10 ed il 14 febbraio del 1929, la neve scese per cinque giorni, senza sosta, (80 centimetri) e la temperatura raggiunse i 15 gradi sotto zero provocando la rottura  di tubazioni dell'acquedotto. Tetti crollati, scuole chiuse, case fredde per mancanza di carbone, negozi chiusi, broncopolmoniti a volte letali, fratture varie a seguito di cadute.
Nel dopoguerra, da segnalare le nevicate del 1956 (63 centimetri), del 15 gennaio 1960, 25 cm in una sola notte, del 1963 (50 centimetri): la risposta del Comune fu l'assunzione di ben 1000 spalatori che liberarono le strade. Solo negli anni successivi entrarono in funzione i mezzi spazzaneve.
Una curiosità: a Bologna, fino al 1808, esisteva una chiesetta intitolata a Santa Maria della Neve: la gestiva la Arciconfraternita romana obbediente al culto di Santa Maria della Neve, che ebbe origine il 5 agosto del 342 quando una strana nevicata imbiancò solo il colle romano dell'Esquilino. A questa Arciconfraternita  fu affidata l'amministrazione dell'Opera Pia del Riscatto, che aveva come scopo quello di raccogliere i fondi per riscattare i bolognesi cattolici caduti nelle mani dei musulmani e ridotti alla schiavitù.

venerdì 9 settembre 2016

Torta per tranci allo yogurt e limone

Ieri è stato il compleanno di mio marito. Questa è la torta che ha interamente preparato mia figlia. L'ha vista su una rivista, lì la presentavano come tranci quadrati, lei l'ha rivisitata  e l'ha fatta intera rotonda per l'occasione.Buona, molto buona. Semplice e buona. Non sono riuscita a travasarla su di un piatto da portata per l'occasione perchè ha finito il dolce tardi quindi non ho voluto azzardare di rovinarla. Abbiamo fatto qualche variazione che riporto tra parentesi nelle dosi degli ingredienti.
A dispetto della foto era molto buona.

Tranci allo yogurt e limone

Ingredienti

per la base

125 gr burro
150 gr savoiardi (200 biscotti oswego)
150 gr amaretti (100 gr amaretti)

per la crema

10 fogli di gelatina (8)
2 limoni non trattati
750 ml yogurt (250 gr ricotta 500 yogurt)
100 gr zucchero
2 bustine zucchero vanigliato (4 cucchiai)
1 presa di sale
250 ml di panna

zucchero a velo
lamponi per guarnire

Per la base fare sciogliere il burro. Con l'aiuto di un mattarello sbriciolare i biscotti e mescolarli accuratamente con il burro sciolto. Rivestire di carta forno una teglia alta. Distribuire come base i biscotti sbriciolati premendo bene (ovviamente, visto che abbiamo fatto la torta e non i tranci abbiamo usato una teglia con il bordo removibile) . Mettere in frigorifero per circa 30 minuti.
Ammorbidire la gelatina  in acqua fredda per 10 minuti. Lavare con acqua calda i limoni, asciugarli, grattugiare la scorza e infine spremere il succo. Mescolare lo yogurt con la scorza e il succo di limone lo zucchero vanigliato e il sale. Montare la panna fino ad avere una consistenza solida.
Mettere la gelatina in una casseruola senza strizzarla, scaldarla leggermente in modo che si sciolga. Quindi incorporare alla gelatina 3 cucchiai di yogurt al limone, poi amalgamare allo yogurt rimanente. Incorporare quindi la panna montata e spalmare il tutto sulla base dei biscotti.
Coprire e mettere in frigorifero per almeno 4 ore.  Prima di servire spolverizzare il dolce con lo zucchero a velo e guarnirlo con lamponi o frutta a piacere. Teglia 22/24 cm.

giovedì 8 settembre 2016

M: Mortadella

Il salume amato nelle Curie . Fine e più caro del prosciutto. Cibo per ricchi nel Seicento. Poi la gloria in scatola.
Sbaglia di grosso chi pensa che la mortadella sia stata un cibo per poveri; al contrario, fino alla seconda metà dell'ottocento se la potevano permettere solo i ricchi. Infatti, come si legge in un bando del 21 dicembre 1624, il prosciutto costava 4 bolognini la libbra (una libbra=360 grammi) e la mortadella 14 bolognini. Il motivo del prezzo triplo rispetto al prosciutto dipendeva dai costi della lunga ed elaborata fabbricazione artigianale; costi che scesero quando, dal 1870, la produzione passò da artigianale a industriale.
La mortadella, quindi, era considerata un prodotto raffinato e per tavole importanti: per eempio, era presente in tutti i pranzi ufficiali che si svolgevano a Palazzo.  A diffondere la fama della mortadella furono gli studenti stranieri, i viaggiatori, i personaggi che la ricevettero in dono: fra i vari promotori vi fu anche Prospero Lambertini, che quando divenne Papa, riceveva a Roma la fornitura di mortadelle, attese con ansia dalla sua corte. Il Governo cittadino fu sempre attento a tutelarne le qualità e la produzione che era affidata, in esclusiva, all'Arte dei Salaroli, costituita nel 1242.
Non mancarono imitazioni e sofisticazioni: perciò, il Cardinal Legato nel 1661 vietò, per la fabbricazione delle mortadelle, l'uso di carne che non fosse di maiale. Dunque, la mortadella DOC fu sempre e solo quella prodotta dall'Arte dei Salaroli fino alla loro soppressione da parte di Napoleone. Dalla seconda metà dell'ottocento, visto il gradimento anche all'estero della mortadella bolognese, i fabbricanti si posero il problema di individuare una confezione che ne mantenesse la freschezza e l'integrità. Forse fu il salumiere bolognese Alessandro Forni a trovare la tecnica giusta facendo ricorso a scatole di latta; ma pare sia stato Filippo Benefenati a scoprire la tecnica di saldatura che impediva all'aria di insinuarsi nella scatola. Benfenati aprì un'azienda per produrre le scatolette di latta perfezionando la tecnica di chiusura ermetica. Il successo fu enorme al punto che alla fine dell'ottocento da Bologna partivano ogni anno per i mercati esteri almeno 200 mila  "mortadelle in scatola" da mezzo chilo.

Anche se involontariamente, la mortadella incentivò la tecnologia del confezionamento dei prodotti alimentari: forse deve molto alla mortadella l'industria del "packaging" che proprio nel bolognese è divenuta un'eccellenza mondiale, creando, nel secondo dopoguerra, ricchezza e posti di lavoro. Una curiosità: in occasione del Carnevale del 1869, fu bruciato in Piazza un vecchione con la barba bianca, con un bicchiere in mano e seduto su una grande mortadella.
Oggi i legittimi eredi dell'Arte dei Salaroli sono i membri della Mutua Salsamentari che quest'anno compie i 140 di attività; essi sono i veri tutori dei salumi bolognesi e in particolare della mortadella, conosciuta e apprezzata in tutto il mondo, al punto che è diventata nota come "la Bologna". Ci sono dunque, ottime ragioni per considerare la mortadella parte della storia della città.

sabato 3 settembre 2016

Quadrotti alla ricotta e limone

L'ho visto navigando su internet e mi hanno incuriosito. Questi dolci, perfetti per accompagnare una tazza di tè o per una merenda, sono composti da un velo croccante e dorato di pasta brisée che costituisce la base ideale per accogliere una crema alla ricotta, densa e pastosa, caratterizzata dal succo e della scorza di limone.  La ricetta chiamava ricotta, io in casa avevo mascarpone e ho utlizzato quello. Non sono male, li preferisco sicuramente freddi.

Quadrotti alla ricotta e limone

Per la base

 90 g di burro freddo
 110 g di farina
 15 g di zucchero a velo
 1 cucchiaio d'acqua fredda

Per il ripieno

 220 g di ricotta vaccina (mascarpone)
150 g di zucchero semolato
 4 uova
 3 cucchiai di farina
 la scorza di 1 limone non trattato
 100 ml di succo di limone
1/2 bacca di vaniglia
zucchero a velo


Per la base: nel mixer amalgama velocemente il burro freddo a cubetti insieme allo zucchero e alla farina fino ad ottenere un impasto bricioloso. Tenendo l'apparecchio in funzione, aggiungi l'acqua e lavora fino ad ottenere una pasta omogenea che finirai di impastare brevemente a mano. Appiattiscila velocemente su di una spianatoia infarinata con il mattarello, quindi ponila all'interno di una teglia quadrata da 21 x 21 cm, imburrata e ricoperta con un foglio di carta da forno. Finisci di stenderla con le mani nella maniera più omogenea possibile, quindi poni in frigorifero per 30 minuti. Trascorso questo tempo, bucherella la superficie con i rebbi di una forchetta. Cuoci nel forno già caldo a 180° per circa 20-25 minuti, o comunque fino a doratura. Sforna e fai raffreddare completamente. 
Per il ripieno: quando la base sarà completamente fredda, riduci la ricotta in una crema, aggiungi le uova, uno alla volta, sbattendo il composto con le fruste elettriche. Aggiungi lo zucchero, il contenuto della bacca di vaniglia, la farina setacciata, la scorza di limone e, da ultimo, il suo succo. Dovrai ottenere una crema non troppo densa. Versa il tutto sopra la base, livella e cuoci nel forno a 180° per altri 30-35 minuti o comunque fino a quando la crema apparirà soda.
Fai raffreddare completamente quindi riponi in frigorifero per 2 ore. Taglia a quadrotti con un coltello, avendo cura di pulire la lama dopo ogni taglio. Spolvera con lo zucchero a velo e servi.





venerdì 2 settembre 2016

L: Lame

Dalle Paludi al Battiferro. Storia del rione sull'acqua. Ricordo di ville e industrie, dal 1985 fa parte del Navile.
Il termine "lama" fa pensare ad un'arma, ad un coltello: ma ha anche un altro significato, quello di terreno depresso  e paludoso con acque stagnanti. Ed è proprio questo il significato vero della zona Lame di Bologna che fino al secondo dopoguerra presentava queste caratteristiche prima delle azioni di bonifica.
Quartiere autonomo fino al 1985 fu poi inglobato nel quartiere Navile; infatti è attraversato dal Canale Navile e la toponomastica delle Lame conferma le vocazioni dell'area: "Pescarola" indica la pescosità delle acque, mentre "Beverara" segnala gli abbeveratoi per il bestiame. L'energia idraulica portò all'insediamento di preziosi mulini da grano. Che la zona non fosse solo acquitrino e pantano lo dimostra il fatto che facoltosi bolognesi vi costruirono le loro ville, come la cinquecentesca Villa Malvasia, ora abbandonata e in rovina lungo la via Zanardi e villa Salina in zona Bertalia.
La Beverara ha avuto grande importanza nella storia economica della città: infatti, prima del porto costruito nel 1548 nei pressi di porta Lame, fu il porto del Maccagnano (1284, via Bovi Campeggi) a svolgere la preziosa funzione di punto di riferimento del trasporto fluviale. La svolta per una migliore navigazione avvenne a metà del Cinquecento quando sul Navile furono costruiti i sostegni per consentire alle imbarcazioni di superare i dislivelli delle acque e per circa tre secoli il traffico merci e di persone ne trasse enorme beneficio; in seguito, quelle acque risultarono preziose per l'irrigazione e, all'inizio del Novecento, per alimentare la prima centrale idroelettrica realizzata al Battiferro. Inoltre, i terreni argillosi suggerirono l'impianto di fornaci per laterizi indispensabili per la costruzione di edifici e per la ricostruzione del dopoguerra. In una di queste fornaci dismesse, la fornace Galotti, è stato insediato il magnifico museo del Patrimonio Industriale.
Oltre alle fornaci lungo il Navile si insediarono anche quelle attività che potevano sfruttare l'energia delle acque, come la lavorazione dei metalli (da cui il nome Battiferro). Un'altra presenza fu quello dello zuccherificio, attivo per oltre 70 anni (chiuse nel 1970), che sorgeva dove era la villa di Carlo Broschi, il famoso cantante del '700 detto il Farinello. Ora, in quel luogo, vi è il centro di meccanizzazione postale e dello zuccherificio resta la ciminiera.
Verso la fine della prima guerra mondiale nelle Lame c'era il Lazzaretto per i malati di "spagnola" e la discarica della città; mentre l'ex ospedale militare divenne rifugio per senza casa, disadattati e malavitosi: fu chiamato "Baraccato" e qui si segnalò l'attività di padre Olinto Marella. In seguito il Comune costruì le case "popolarissime" e nel 1935 il "Baraccato" fu abbattuto. Nel 1932 l'Opera Pia Cassarini  Pallotti costruì il complesso di case dette "Gli Umili".
In altra occasione ci soffermeremo sulla porta Lame e sulla battaglia che il 7 novembre 1944 vide i partigiani combattere contro fascisti e tedeschi.

martedì 30 agosto 2016

J: Jean Jacobs (collegio dei Fiamminghi)

Quell'orafo mecenate che aiutò Guido Reni. Con un lascito dispose il sostegno agli studenti belgi.
Le origini di Jean Jacobs sono incerte e discusse: secondo gli storici bolognesi nacque a Bologna il 22 dicembre 1579 e fu battezzato il giorno dopo in San Pietro col nome del padre, un mercante di Bruxelles trasferitosi a Bologna e deceduto prima della nascita del figlio: tutto ciò è attestato da documentazione conservata nell'Archivio Arcivescovile di Bologna. Secondo gli storici belgi fu battezzato invece a Bruxelles, il 31 marzo 1575, dove esisterebbe documentazione in tal senso. Il certificato di morte, avvenuta il 12 settembre 1650, attesta che Jacobs aveva 70 anni: e ciò depone per la nascita bolognese. Ma nel testamento è lo stesso Jacobs ad affermare la sua nascita a Bruxelles. Sembra quasi che siano esistiti due perfetti omonimi: quello bolognese ebbe due figli (testimone del battesimo fu il pittore Dionisio Calvaert) e perse il primo nel 1615 e il secondo per la peste nel 1630. In precedenza era morta anche la moglie. A Bologna, Jacobs si fece apprezzare come argentiere e orafo e aprì la sua bottega in via Calzolerie. Qui probabilmente conobbe Guido Reni del quale divenne amico; al pittore, sempre alla ricerca di denaro a causa dei debiti di gioco, commissionò dipinti da inviare nelle Fiandre e Guido Reni - si suppone - si sdebitò eseguendo il suo ritratto del quale ci resta solo una copia.
Delle varie opere di Jacobs restano famose la copertura in argento dell'immagine della Madonna di San Luca e alcuni candelieri per l'altare maggiore della chiesa di San Giacomo Maggiore. Di sicuro Jean Jacobs non passò alla storia per queste opere, bensì per il suo testamento redatto nel 1650, tre giorni prima della morte, nel quale destinò  parte delle sue sostanze all'istituzione di un Collegio universitario per accogliere almeno quattro giovani della "nazione fiamminga", studenti belgi e olandesi. I giovani, dell'età di 18 anni, cattolici, con accertata idoneità agli studi, venivano scelti dalla Corporazione degli Orafi di Bruxelles e potevano rimanere ospiti del Collegio per cinque anni. Dopo due sedi provvisorie, nel 1680 il Collegio si trasferì in via Guerrazzi, 20 dove ancora oggi ha sede.
Il Collegio dei Fiamminghi è tuttora attivo in base ad uno statuto approvato nel 1990 che prevede che gli studenti possano provenire sia dal Belgio sia dalla città olandese di Utrecht. Il Collegio è amministrato da un Consiglio formato da tre persone che restano in carica 9 anni e nominano il Rettore. Un membro è nominato dalla facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Bologna, uno dal Collegio dei Presidi, il terzo è un cittadino bolognese di "provata esperienza amministrativa", eletto dal collegio dei Presidi e dal Preside della Facoltà di Giurisprudenza. Il Collegio opera con le risorse provenienti dal suo patrimonio.

giovedì 18 agosto 2016

I: Irnerio (giurista e strada)

Il docente che battezzò Tizio, Caio e Sempronio. Padre del diritto moderno di lui si sa pochissimo.
Irnerio, che è considerato dai bolognesi il più famoso giurista, fu riscoperto da studiosi tedeschi nell'Ottocento; non solo, ma alcuni ritengono che, probabilmente, fosse d'origine tedesca: di nome faceva "Wernerius" ed era soprannominato "il Teutonico", nonostante in alcuni documenti fosse definito "bononiensis".
I bolognesi respinsero questa tesi e considerarono Irnerio un illustre concittadino, simbolo dell'Università: un famoso dipinto di Luigi Serra (esposto nel palazzo comunale) lo raffigura come studioso e come ispiratore della autonomia del Comune di Bologna; l'opera, realizzata (1886) due anni prima della morte del pittore, fu molto apprezzata da Giosuè Carducci.
La verità è che di Irnerio e della sua vita si sa poco; nacque non dopo il 1060 e morì nel terzo decennio del XII secolo; certo è che fu uno dei primi docenti di diritto della neonata Università di Bologna e qualcuno lo considera uno dei fondatori della scuola di diritto. Questo suo ruolo e la sua autorevolezza gli meritarono un altro soprannome, quello di "lucerna iuris", lume del diritto. La sua probabile origine teutonica e il soprannome "teutonicus" deriverebbero dalla sua fedeltà all'Imperatore (tedesco), che a sua volta lo volle suo stretto collaboratore come è dimostrato dall'atto stipulato da Enrico V con i bolognesi, nel 1116, che diede origine al Comune di Bologna. Senza dimenticare, oltre ai viaggi del giurista in Germania, che Irnerio accompagnò lo stesso Imperatore, durante il suo viaggio in Italia.
Addirittura  nel 1119 Irnerio fu scomunicato, assieme a Enrico V, da papa Callisto II in quanto sostenne (come voleva Enrico V) la validità dell'elezione di un anti-papa, Gregorio VIII. Fu alla corte di Matilde di Canossa, incontrata nel 1113, che gli chiese di rinnovare le leggi sulla base dei diritti.
Anche sulle sue opere vi sono dubbi circa le numerose attribuzioni: certamente fu un glossatore, cioè un commentatore, ma fu anche giudice e, soprattutto, "magister" che ebbe degni allievi (Martino Gosia, Bulgaro, Iacopo e Ugo) che fecero onore al loro maestro consolidando la fama dell'Università di Bologna . A Irnerio si deve la revisione del codice di Giustiniano e la diffusione in Europa di un nuovo diritto sulla base di quello romano. Fu il primo glossatore della storia del diritto e dalla sua scuola uscirono allievi che favorirono l'evoluzione del diritto: un punto fermo per la coltura e per la civiltà di quella parte del mondo che verrà chiamata Europa.
Una curiosità: Irnerio fu il primo a far ricorso ai nomi Tizio, Caio e Sempronio per le esemplificazioni schermatiche.
A Irnerio, i bolognesi hanno dedicato un'importante arteria cittadina: infatti, nel 1907, il Comune decise di realizzare una nuova grande strada al servizio del nuovo quartiere universitario e che collegasse porta Zamboni con via Indipendenza. I lavori furono conclusi nel 1912. Via Irnerio, come una grande spada, tagliò definitivamente la Montagnola della Piazza Otto Agosto che erano rimaste unite per secoli.

martedì 16 agosto 2016

H: Hotel (Brun e Baglioni)



Hotel (Brun e Baglioni)

Camere con acqua corrente per ospitare scrittori e reali.
La presenza di studenti stranieri, di viaggiatori e la consuetudine di consumare i pasti fuori casa per risparmiare sulla legna giustificano le 150 osterie attive a Bologna all'inizio del Trecento. All'alba dell'Ottocento, le osterie in città erano 40. In questo secolo  si affermarono anche gli alberghi, anzi gli hotel, che sostituirono molte locande e affollarono il centro storico: l'Hotel San Marco in via Ugo Bassi, dove alloggiò Giacomo Casanova, l'Hotel Pellegrino, sempre in via Ugo Bassi, al civico 7, dove alloggiarono Lord Byron e Charles Dickens, l'Hotel Roma in via D'Azeglio (tuttora in attività), l'Hotel Tre Vecchi che aprì dopo la realizzazione in via Indipendenza di fronte all'Arena del Sole (ancor oggi esistente), l'Hotel Corona d'Oro in via Oberdan 12, nell'antica casa Azzoguidi con portico ligneo: vittima di una bomba, fu ristrutturato e riaprì nel 1969.
Prima del secondo conflitto mondiale a Bologna erano in attività 38 alberghi, ma soltanto due erano di prima categoria: il Gran Hotel Brun e l'Hotel Majestic Baglioni.
La prima denominazione dell'Hotel Brun fu "Pensione Svizzera" in omaggio al suo proprietario, lo svizzero Brun, che la avviò nel 1828. Alcuni anni dopo il soggiorno di Garibaldi per una notte nella "Pensione Svizzera" (10 novembre 1848), Brun cedette l'albergo alla famiglia Frankkk, albergatori che a Bologna gestivano il buffet della stazione e produttori di vino. I Frank trasformarono in un prestigioso hotel il cinquecentesco palazzo Ghisilieri di via Ugo Bassi.
Il nuovo Hotel Brun riaprì con 140 stanze e nel corso degli anni si arricchì di servizi: acqua corrente, caloriferi, ascensore, bagni privati, illuminazione elettrica e parcheggio auto nel cortile. Dopo il restauro effettuato da Alfonso Rubbiani nel 1911, l'Hotel Brun apparve ancor più raffinato e lussuoso. La gloriosa storia dell'Hotel Brun finì il 24 luglio 1943, quando l'immobile fu gravemente danneggiato dalle bombe. Per decenni l'Hotel Brun fu l'albergo più prestigioso di Bologna: ospitò sovrani, attori, cantanti, politici italiani e stranieri.
A metà dell'Ottocento, nel cinquecentesco palazzo della Dogana in via Ugo Bassi (ora sede Unicredit) aprì l'Albergo d'Italia che a fine secolo fu acquistato da Guido Baglioni, imprenditore torinese. Nel 1911 Baglioni acquistò l'immobile settecentesco voluto da Papa Lambertini per collocarvi il seminario e lì realizzò l'Hotel Baglioni che iniziò ad operare dal 15 febbraio 1912. L'Hotel Baglioni divenne in breve tempo l'albergo più lussuoso e più raffinato anche per la qualità del ristorante. Inoltre, all'interno dell'Hotel, vi sono stanze affrescate dal Carracci. Ma l'avventura di Guido Baglioni durò meno di due decenni: alla fine degli anni '20 l'albergo divenne parte del gruppo Majestic che ne mantenne la proprietà fino al 1990 allorchè un altro gruppo internazionale lo acquisì. Nel dopoguerra al Baglioni hanno soggiornato attori, scrittori, scienziati, politici, sportivi: l'Albo d'Onore dell'Hotel ripropone moltissimi grandi personaggi del Novecento.

lunedì 15 agosto 2016

G: Galluzzi (Corte dè )


Corte de' Galluzzi

Amore, odio e un'alta torre per difendersi dai ghibellini.Il marchio di famiglia è la rivalità con i Carbonesi.
Fossero vissuti ai nostri tempi, i Galluzzi avrebbero occupato regolarmente la cronaca nera, ma anche quella a luci rosse. Questa famiglia fu protagonista di decine di episodi criminosi: qualche membro si trovò una taglia sulla testa e alcune case dei Galluzzi furono abbattute. I Galluzzi erano guelfi, fedeli al Papato e contrapposti ai ghibellini, ma soprattutto alla famiglia ghibellina dei Carbonesi, nemici mortali. La "vivacità" dei Galluzzi spiega la decisione di costruire una corte fortificata con una torre: un luogo di difesa e di offesa. Prova ne sia che questa torre fu costruita nel 1257 quando era finita l'epoca della costruzione delle torri. Inoltre fu costruita in modo tale da essere inaccessibile: infatti la porta d'ingresso era sopraelevata di 10 metri dal piano stradale e ad essa si accedeva solo tramite una struttura di legno, come dimostrano i fori esistenti all'altezza della porta originaria (quella attuale è una manomissione recente).
La torre, con un paramento murario più robusto di quello dell'Asinelli, e blocchi di selenite alla base, in origine era più alta dei 30 metri attuali. La corte dei Galluzzi era uno spazio chiuso dove, oltre alle residenze dei Galluzzi sorgevano altri edifici occupati da persone fidate.
Non poteva mancare la chiesa privata, denominata Chiesa rotonda di Santa Maria dei Galluzzi, che fu ricostruita a metà del Cinquecento da mercanti toscani e divenne la chiesa di San Giovanni dei Fiorentini (ora negozio) col soprastante Oratorio dei Fiorentini.
L'odio per i Carbonesi è alla base di una vicenda narrata da molti cronisti: si tratta di una storia di "amore e morte" che ricalca quella dantesca di Paolo e Francesca. Forse una storia vera o forse scritta per deplorare le conseguenze dello scontro fra fazioni. Era l'anno 1258: un casuale incontro fra Alberto Carbonesi e Virginia Galluzzi fece scoccare il famoso "colpo di fulmine": vi furono altri incontri fin quando le rispettive famiglie si resero conto che fra i due giovani c'era vero amore: Giampietro Galluzzi, il padre di Virginia, decise di recarsi a casa dei nemici Carbonesi proponendo, in nome dei sentimenti dei figli, una (falsa) pacificazione. Prova ne fu il fatto che i due giovani si sposarono e Virginia ebbe il permesso di andare ad abitare col marito in casa Carbonesi. Ma una notte, assieme a dieci uomini armati, Giampietro Galluzzi entrò in casa Carbonesi, si recò nella camera degli sposi e sordo a qualsiasi pietà trafisse Alberto che giaceva accanto a sua figlia Virginia.
Quando rinvenne accanto al cadavere del marito, Virginia non ebbe esitazione: si procurò una corda, l'attaccò all'inferriata esterna della finestra e pose fine alla sua vita. Giampietro Galluzzi fu poi arrestato e condannato al bando per due anni. La vicenda a luci rosse è quella narrata dal Boccaccio nella settima novella del settimo giorno. Vede per protagonisti Egano Galluzzi, la moglie Beatrice e il suo amante: la vicenda è quella classica, che finisce col marito tradito e bastonato.